Lo Scialle Assassino

Capitolo Primo: Si alza il sipario

La torta era bellissima. Una montagna di crema sormontata da una collina di panna, il tutto in equilibrio precario su un letto di pan di spagna. Un sogno. Stava per tagliare quella meraviglia quando un rumore la distrasse. Qualcosa che voleva assolutamente la sua attenzione. Voltò la testa per capire cosa fosse e in quell’istante la torta crollò! Aprì gli occhi di pessimo umore. Era a dieta da una settimana e già stava sognando torte di panna, no, non andava bene per niente. Si tirò a sedere sul letto e lo sentì. Era lo stesso rumore che l’aveva svegliata. Lamentoso. Insistente. Ci mise un momento a capire poi tutto le fu chiaro. Era il gatto di Annalaura, la vicina del piano di sopra. Era colpa sua se la torta era crollata!

Guardò l’orologio. Le due. Strano di solito a quell’ora regnava il silenzio in tutta la casa. Il miagolio non accennava a fermarsi, aveva qualcosa di triste dentro non avrebbe saputo spiegare, ma aveva la sensazione che quel gatto avesse un motivo per fare tutto quel chiasso. Si alzò un po’ a fatica e afferrò la vestaglia. Certo era un po’ ridicola avvolta in quella specie di coperta di pile fucsia acceso, ma non ci fece caso. Inforcò gli occhiali, prese le chiavi di casa e uscì sul pianerottolo. Da lì il miagolio era più forte. Quel gatto aveva un problema, era evidente. Forse l’avevano chiuso in una stanza, ma era strano perché la vicina ci teneva molto a quella bestiaccia e la trattava anche troppo bene secondo lei. Decise di prendere l’ascensore, dopotutto non aveva più trent’anni. Arrivata davanti alla porta di Annalaura ebbe un momento di esitazione.

L’ultima volta che le era capitato di fare una cosa del genere era finita che aveva fatto una figura terribile e in più aveva avuto torto. Se lo ricordava bene. Sentiva mobili che si spostavano a tutte le ore del giorno e soprattutto della notte e alla fine non si era più trattenuta e a notte fonda aveva suonato alla porta della vicina convinta di trovarla bella sveglia. Invece aveva dovuto insistere e suonare un bel po’ prima che Annalaura venisse ad aprirle con una faccia da sonno che l’aveva fatta raggelare. Ovviamente non stava spostando nessun mobile. Aveva scoperto solo più tardi grazie alla signora del terzo piano che i colpevoli erano dei giovani sposi dell’appartamento di fianco al suo.

Il gatto non smetteva di miagolare e lei doveva prendere una decisione. Suonò il campanello. Il gatto tacque. Marialuigia trattenne il fiato. Niente. Nessun rumore. Possibile? Eppure Annalaura doveva essere in casa, si ricordava bene di aver preso l’ascensore insieme a lei verso le otto quella sera stessa. Non avevano quasi parlato, ma non aveva avuto l’impressione che avesse voglia di uscire ancora, aveva una faccia stanca. Il gatto riprese a miagolare. Provò a bussare. Il rumore dell’ascensore che si fermava al piano la fece sussultare. si voltò di scatto e si trovò di fronte un uomo dall’espressione piuttosto perplessa.

– Signora Giraudo! Cosa succede?

– Signor Dal Masso per fortuna è arrivato. Il suo gatto sta miagolando da ore e non mi fa dormire. Tra l’altro sono un po’ preoccupata perché è strano che miagoli così: non l’ha mai fatto.

Come Marialuigia smise di parlare il gatto riprese il suo miagolio, nella voce aveva qualcosa di ancora più angoscioso che indusse il signor Dal Masso a infilare la chiave nella serratura e ad aprire la porta. Accese la luce e entrò nell’appartamento tallonato dalla signora Marialuigia. Il gatto gli corse incontro strusciandosi sulle gambe poi corse via, in direzione della cucina. La casa era silenziosa. Annalaura! provò a chiamare l’uomo. Nessuna risposta. La signora Marialuigia prese l’iniziativa e si diresse in cucina. Accese la luce e la vide. Il corpo di Annalaura giaceva lungo disteso sul pavimento, la bocca aperta, gli occhi fissi sul soffitto.

L’urlo di Marialuigia fece saltare nel letto più di un condomino.

Capitolo Due: Presentazioni

Alle undici Santina chiuse il computer. Aprì un cassetto della sua scrivania, prese la borsa, il cellulare e si alzò. Si guardò intorno. Nell’ufficio non c’era nessuno, erano tutti fuori, dai clienti. Uscì dalla stanza e bussò alla porta di fianco alla sua, entrò senza aspettare una risposta.
-Mario? Io vado. Ti ricordi? Ho preso il resto della giornata per il funerale di un’amica.
-Come? Ah si Santina certo! Allora… arrivederci! L’uomo sorrise imbarazzato guardandola da sopra gli occhiali dalla montatura trasparente. Era evidente che non si ricordava della mezza giornata di ferie di Santina, ma era normale, il dottor Bonifacio si ricordava di poche cose e di solito sempre una alla volta. Santina sorrise e uscì. Fuori era una bella giornata di sole, rovinata dal rumore del traffico di via Madama Cristina. Ebbe la tentazione per un momento di andare verso il Valentino e di passeggiare lungo il fiume. Le piaceva l’acqua e quella era l’unica che si poteva godere in città quando ne aveva il tempo. Guardò l’orologio, niente da fare, doveva essere al tempio crematorio per mezzogiorno, ma voleva arrivare un po’ prima. Annalaura ci teneva alla puntualità, il meno che potesse fare era arrivare con un po’ di anticipo alla sua commemorazione. Faceva fatica a pensare che l’amica fosse morta, dovevano vedersi proprio quel pomeriggio al knit cafè settimanale al bar di Giulietta, come ogni venerdì. Ma la vita era così, Santina lo aveva imparato molto bene.

Arrivò in anticipo, giusto il tempo di fare quattro passi e di prendersi un caffè. Voleva avere il tempo di prepararsi. Il Cimitero Monumentale ormai le era anche troppo famigliare, nel giro di un anno aveva perso il marito e poi il padre e l’idea di affrontare ancora una volta la tristezza, la gente, i commenti di circostanza era un po’ troppo per lei. Se avesse potuto si sarebbe limitata a un telegramma di condoglianze, ma Annalaura era una sua amica e non le era sembrato giusto.
-Santina! la voce squillante di Giulietta le fece fare un salto.
-Ciao… siamo le prime?
-Credo di sì. 
-Mi fa un strana impressione andare al funerale di Annalaura, ci siamo viste che non è nemmeno una settimana… Giulietta fissava le sue scarpe dal tacco basso e dalla linea elegante come se potessero ascoltare i suoi pensieri. Santina le posò una mano sulla spalla.
-Lo so, avremmo dovuto vederci tutte oggi al knit come al solito.  -Già… si sa come è morta? Un ictus? -Non lo sai? -Santina era un po’ imbarazzata- E’ stata strangolata, l’ha trovata il marito. -Oddio! Non ne sapevo niente! Giulietta alzò lo sguardo e vide un auto nera e lunga avvicinarsi. Annalaura era arrivata.

Erano tutte intorno ai tavolini del bar di Giulietta, il gruppo Knit Madama Cristina: Santina, Albina, Carla, Sofia e Roberta. Dopo la cerimonia avevano deciso di non annullare il loro appuntamento settimanale, sarebbe stato un modo per ricordare Annalaura che in tre anni non aveva mai mancato un venerdì.
-Secondo me è stato il marito! 
-Ma Albina cosa dici? E’ stato il marito a trovare Annalaura!
-E allora? Prima l’ha uccisa e poi si è creato l’alibi!
-Ma il concorso si farà lo stesso? 
-Scusa Carla ma perché non si dovrebbe fare? Il termine di consegna degli scialli oltretutto era ieri, io l’ho consegnato appena in tempo!- Il sorriso di soddisfazione di Albina era un po’ inquietante. Le altre distolsero lo  sguardo.
-Annalaura era il presidente della giuria, disse Giulietta, dovranno sostituirla. Non credo che faranno saltare il concorso, ormai la macchina organizzativa è partita. 
-Voi avete consegnato? Chiese Albina.
Tutte annuirono tranne Santina.
-Io non partecipo, gli scialli mi piacciono, ma non ho pazienza per i lavori traforati. 
-Annalaura faceva dei lavori bellissimi, disse Roberta con una smorfia, era la persona giusta nella giuria. 
Cadde il silenzio.
-Ma… la voce sottile di Sofia interruppe le riflessioni di tutte, si sa come è successo? -Io ho parlato col marito, disse Santina, poverino era ancora sotto shock. E’ stato interrogato per ore e anche il figlio. Mi ha detto che la casa era in disordine, ma non c’erano segni di scasso. La polizia pensa che Annalaura conoscesse l’assassino e che per ucciderla abbia usato qualcosa di morbido.
Come uno scialle, commentò Giulietta.