
Lavorando a maglia si arriva a patti con un concetto faticoso da digerire: la perfezione non esiste, o almeno quella che noi riteniamo perfezione.
Per quanto c’impegniamo ci sarà sempre un punto irregolare o più lento, un piccolo pasticcio che non riusciamo a eliminare, per non parlare poi della tensione del lavoro: quante volte dopo la messa in forma di un capo scopriamo che il maglione è troppo lungo o troppo corto?
Non siamo macchine quindi non è possibile mantenere sempre la stessa tensione nel lavoro.
Alcuni anni fa durante un corso per imparare a lavorare un cardigan senza cuciture l’insegnante ci diede un gomitolo uguale per tutte tranne nel colore: stessa marca e stesso tipo di filato e poi ci disse di lavorare un campione con i ferri del 3,5.
Tutte noi ci mettemmo a lavorare il filato con i ferri del 3,5 e dopo un po’ l’insegnante ci disse di fermarci e di confrontare i nostri lavori: è stata un’esperienza davvero rivelatrice, eravamo in cinque o sei e avevamo cinque o sei tensioni diverse, chi aveva lavorato il campione molto stretto, chi in modo più morbido e così via.
Toccammo con mano cosa significasse lavoro manuale: ogni mano è diversa dall’altra e il risultato finale non può essere uguale a un altro e soprattutto non può essere uguale al lavoro fatto da una macchina.
Questo non vuol dire che non dobbiamo impegnarci e mettere attenzione a quello che stiamo facendo, ma se il risultato è diverso da quello immaginato non dobbiamo deprimerci o buttare via tutto perché è proprio questa unicità la caratteristica del lavoro a maglia