Il Racconto del Mese: Le Tende Protettive

Le tende protettive, racconto di Monica D'Alessandro Pozzi

E’ giunto il momento della rubrica il Racconto del Mese: ogni mese vi proporrò un breve racconto di autori esordienti, il filo conduttore sarà un capo fatto a maglia ai ferri.

Oggi si parla di… tende! Ebbene sì le tende si possono realizzare a maglia non solo all’uncinetto.

Le Tende Protettive è un racconto di Monica D’Alessandro Pozzi ecco come ci presenta il suo racconto:

Benvenuti e benvenute tra le mie trame! Mi piace scrivere e ne ho spesso la necessità. Questo racconto vi porterà tra relazioni intense e ferri da maglia che sferruzzano per un obiettivo quasi impossibile. Ma l’impossibile, spesso diventa reale. Buona lettura

Monica ha un blog che vi consiglio di seguire per restare aggiornati sulle sue trame!

Come sempre il racconto lo potete leggere o ascoltare, buon divertimento!

Il telefono si mise a trillare.

La solita melodia lenta da suoni di arpa ma quando intravidi il numero fu come se si trasformasse in un urlo. Risposi.

« Pronto ! »

« Credo lei conosca mio marito » disse una voce piuttosto concitata. Decido che è meglio tagliarla corta.

« Sì, non si preoccupi. È stata una scopata, nulla di più. Non l’ho più visto da allora né sentito. Mi scusi ma ora ho da fare ». Attaccai e spensi il cellulare.

Era passato più di un mese da quell’incontro. Mi ricordavo la maggior parte dei particolari, quelli belli. Poi più niente, il silenzio. Un’assenza che non riuscivo a giustificare. Del resto non ne avevo motivo. Era stata una sorpresa cruda. Tornai alla realtà, quando feci le ipotesi più strane e rare. Una però era chiara. Quella chiamata mi diede conferma.

Sfogliavo svogliatamente i profili di quell’app per incontri. Rimasi colpita dall’assenza di descrizione.

Andai a leggermi le risposte corrispondenti alle mie e quelle differenti. Due foto piuttosto chiare. Non ricordo chi mise per primo il like. Di fatto, tempo qualche giorno, ci ritrovammo a chattare online. Andò avanti per lungo tempo, ogni giorno, salvo il week end. Non era solo un raccontarsi. Diventò un confronto sui desideri, sulle voglie che volevamo condividere. Fu chiaro quasi da subito che non ci saremmo fermati al virtuale. Perché poi se entrambi avremmo avuto la possibilità di vivere una storia? Anche il piacerci fu quasi immediato.

Non c’erano dubbi a riguardo.

Di giorno in giorno ci si aspettava sui tasti. Il tempo aveva un sapore dolce ed eccitante. Il poter immaginare quanto sarebbe potuto accadere rendeva ogni cosa classificabile e quasi sotto controllo. Non fu chiara da subito la natura di quell’evolversi. Chiaro era che si stava evolvendo. Non bastavano più le descrizioni, le foto e le gif. Serviva il corpo reale a poter dar forma a quanto diventava sogno nelle notti e fantasia durante il giorno.

Quel giorno giunse.

Arrivo puntuale all’appuntamento. Il parcheggio in un viale alberato e la libreria, luogo dell’incontro, a pochi passi. Ti riconosco subito, mentre ti giri verso di me. Due sorrisi istantanei. Il caffè è stata una lenta pausa di attesa. Sento di un dopo e i tuoi occhi non parlano una lingua differente dalla mia. Fuori dal locale, per trattenermi da un passo veloce prima delle strisce pedonali, mi afferri una mano.

Lascio la mia nella tua e continuiamo a camminare al tuo passo. Silenzio ogni tanto qualche sorriso, sonoro. Facciamo un po’ di strada così. Le mani allacciate. Quasi il timore che lasciate andare non possano ritrovarsi. Ti fermi davanti a un cancello.

« Sono arrivato, vuoi salire da me o te ne vai? » Non rispondo e non ti lascio la mano. Seguo i tuoi passi. Salgo i pochi scalini. Lascio che tu apra la porta.

Entro e mi guardo intorno. Una luce chiara. Un miao arrivato quasi di corsa. Chiudi la porta. Mi afferri anche l’altra mano. Adesso gli occhi sono gli uni negli altri. Intorno solo mura che ci racchiudono.

Mi togli la giacca e mi indichi il salotto. Mi siedo sul divano di fronte a un tavolino quadrato in legno dall’apparenza molto solido. Vai ad appendere la giacca e ti sfili la tua. Ti osservo nel tuo maglione blu e nei jeans.

Ritorni e ti siedi di fronte a me, a metà del divano, vicino. Mi viene da sorridere e lo stesso a te. Le mani si intrecciano di nuovo, in contemporanea le cerchiamo. Stacco una mano. Ti sfioro il viso a partire dalle tempie, giù fino alle mandibole coperte dalla tua barba. Ne sento lo spessore e lascio che le dita giochino un po’. Mi guardi e lasci fare. Quasi neanche mi accorgo che la tua mano mi sta sfiorando la fronte, le sopracciglia, il naso.

Continuiamo a mappare i nostri visi. Ora sono tutte e due le mani ad esplorare. Ne sento il calore sulle mie guance. Gli occhi continuano a fissarsi, gli uni dentro gli altri.

Ti voglio portare altrove.

Quella magica possibilità di toccarti fino all’estremo dei sogni. Entro nella tua bocca. La lingua sembra vagare alla ricerca di un piacere potente. Sto cercando un punto preciso. Là in alto oltre il tuo palato, più in alto dove ancora non immagini io possa arrivare. Le mie mani continuano a cercare la tua carne mentre tu affondi lentamente in me. Più tu affondi e più io mi innalzo e cerco di farti volare alto. Adesso la punta della lingua penetra e buca sottilmente la parete sottile del tuo palato. Ora vado oltre. Con uno sforzo potente sento la mia lingua inarcarsi e protendersi. L’unico modo per farti mio del tutto è farti provare un piacere inedito, mai neanche immaginato. Posso farlo soltanto andando oltre il reale sentire, in quel punto preciso. Dove l’universo fuori si mischia con il corpo. Quel segno leggero in cui i pensieri e le emozioni nella nuca possono espandersi all’infinito. “Per giungere al cielo bisogna far leva sulla terra”, queste le parole indelebili del mio maestro di tantra. Adesso voglio portarti là, dove sentirai un piacere così immenso e così lacerante da richiederlo ancora e ancora.

Ci eri giunto.

Poi il baratro del silenzio.

In quei momenti, oltre ai pensieri di possibili incidenti, disastri e altro, provavo a riflettere sugli ultimi gesti. Su quanto mi avevi detto di te. Ricomparivano più chiare alcune parole e frammenti che non avevo colto. Forse era semplicemente il tuo modo di essere. Ma quel semplicemente a me costava elucubrazioni mentali, lacrime e un dolore che facevo fatica a lenire.

Una sera ricordai di come, anni prima per tenere insieme qualcosa di me che se ne stava andando troppo presto, avevo rimesso mano ad alcuni ferri da maglia. Li avevo osservati a lungo prima di rimettermi a porre i fili e lasciare andare le mani sopra di essi. Forse, anche questa volta potevano tornarmi utili.

Davanti a me le solite finestre spoglie, contornate da alte Dracaena a purificare l’aria, non amavo molto le tende. Per questo scelsi proprio di iniziare da qualcosa che poteva dirsi impossibile e infinito da farsi a maglia. Avevo bisogno di una sfida potente. Provo. L’ago di destra che sporge sopra quello di sinistra, il filo che si aggancia e l’ago di nuovo che sorpassa e scavalca l’altro. Questo è un punto diritto, me lo ricordo.

Sono davanti alla finestra con la luce diretta. Nel fermarmi un attimo intravedo nell’appartamento di fronte due corpi che si stagliano decisi nelle loro movenze. Per terra su di un tappeto. Lui le sfila velocemente il maglione e strappa la maglia sottostante. Lei scoppia in una risata divertita quasi a riconoscere un modo conosciuto e provato da tempo. Io sferruzzo e intanto osservo.

Le mie tende si stanno componendo; colore arancio scuro e tanti piccoli buchi nella composizione a renderle leggere. L’idea è quella di metterle nella sala da lettura ad oscurare un po’ la vista della strada. Alzo lo squadro dal lavoro. Rieccoli.

Solito tappeto, soliti visi sorridenti ed eccitati. Le mani e le gambe intrecciate. Nemmeno si accorgono della visuale aperta che danno di loro. Mi scappa l’occhio sul marciapiede. Una donna alta, magra e in un completo blu scuro osserva la scena. Ferma, bloccata, guarda. Poi se ne va.

Sono passate due settimane da quell’ultima visione dalla finestra. Le mie tende sono alla fine. Sono riuscita a ricamare con piccoli e frequenti buchi la loro consistenza.

Eccoli entrare. Hanno un’aria piuttosto cupa. Si abbracciano stretti. Non continuano nelle effusioni a cui mi avevano abituata. Si accovacciano per terra. Lei si porta le mani al viso. Piange. Non vedo le lacrime ma il viso è tirato in una smorfia di dolore. Lui le accarezza i capelli. Restano lì per un po’. Lei si alza, raccoglie la borsa lasciata in un angolo per terra. Si avvicina per un attimo ancora alle labbra di lui ed esce lentamente dall’appartamento. Io intreccio le ultime catenelle che tengono insieme tutto il lavoro.

Lui si avvicina alla finestra e guarda verso la sagoma che si allontana dalla casa. In quel momento gira la testa davanti a sé. Per la prima volta si accorge di me. Mi fissa dall’altro capo della strada. Io esito un sorriso e un saluto. Piego il lavoro in più lembi sovrapposti ed esco da casa. Attraverso la strada. Ci ho pensato a lungo prima di agire. Vedo dalla finestra che lui mi sta osservando. Salgo gli scalini. Faccio segno se mi può aprire. Resta lì con una domanda dipinta sul volto. Poi sparisce alla vista. Sento il suono dell’apertura della porta. Entro e giro sicura verso destra. Eccolo ad attendermi sullo zerbino. Non ho dubbi sul da farsi.

« Salve. Tenga, a volte, un paio di tende possono dare una buona protezione da occhi indiscreti. »

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