Le nostre anime di notte

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Non avevo molta voglia di leggere Le nostre anime di notte, di Kent Haruf, NNE. Sapevo che era una storia un po’ triste, un po’ amara o così avevo sentito dire. Sapevo che i protagonisti erano due persone non più giovani. Non avevo voglia d’immergermi in una storia emotivamente coinvolgente, avevo più voglia di qualcosa di leggero e poco impegnativo.

Invece ho aperto il libro e letto le prime parole: E poi ci fu il giorno in cui Addie Moore fece una telefonata a Louis Waters. Era una sera di maggio, appena prima che facesse buio.

Un incipit diretto, semplice, pulito. Così ho continuato a leggere. Non è un libro ponderoso, 162 pagine che vanno via velocemente, senza nemmeno accorgersi. In un attimo il libro è finito. E durante il percorso conosci la cittadina di Holt dove Haruf ha ambientato i suoi libri, conosci i personaggi e le loro vicende. Che sono semplici, normali: Addie e Louis li possiamo incontrare al supermercato quando facciamo la spesa, anche se siamo in Italia. Sono anziani i figli se ne sono andati da tempo e loro sono rimasti senza il rispettivo marito/moglie così rompendo gli schemi decidono di passare del tempo insieme, non un tempo qualsiasi, non il pomeriggio o la mattina, ma la notte il momento più difficile per chi vive da solo.

Ma rompere gli schemi ha un prezzo.

Il modo di raccontare è riuscito a tenermi attaccata alla pagina, un po’ come capita con i libri di Elizabeth Strout, anche lei racconta storie di persone normali, ma Haruf è ancora più scarno e diretto, ogni parola è messa nel punto giusto al momento giusto. 

Da questo libro hanno tratto un film che s’intitola come il romanzo: Le nostre anime di notte, prodotto da Netflix e interpretato da Robert Redford e Jane Fonda. Ma non credo che lo guarderò, mi rovinerei la magia del libro.

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